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giugno 2017

olio di noce di cocco
Antiage e bellezza, Approfondimenti scientifici

OLIO DI NOCE DI COCCO UN GRANDE ALLEATO DELLA NOSTRA SALUTE

Del cocco non si butta nulla, tanto è prezioso!

Se ne ricava polpa, olio, latte e acqua.

Ciò che ne fa un alimento straordinario è però proprio l’olio, tanto demonizzato in questi decenni dall’informazione soprattutto di matrice USA. Delle altre componenti ve ne parlerò un’altra volta.

La più parte dei grassi della nostra dieta, che siano saturi o insaturi, sono acidi grassi a catena lunga, l’olio di cocco è composto invece da acidi grassi a catena media, che gli conferiscono straordinarie proprietà nutrizionali e curative.

E’ stato messo accuratamente al bando per svariate ragioni, alcune delle quali prettamente economiche costruite ad arte, ma principalmente per i pregiudizi e gli equivoci che riguardano i grassi saturi. Su pubmed ad oggi ci son circa 2000 studi riguardanti l’olio di cocco e 200 dei quali riguardano specificamente i benefici.

La lunghezza degli acidi grassi è un parametro importante perché il nostro organismo metabolizza gli acidi in modo differente in base alla grandezza. Gli acidi grassi a catena media sono più digeribili e più idrosolubili, non necessitano di enzimi pancreatici e bile per la loro digestione, per cui non gravano sui sistemi enzimatici dell’organismo. A differenza degli acidi grassi a catena lunga, che dopo i passaggi digestivi e intestinali vengono trasportati nel corpo e rilasciati in piccole particelle nel sangue, creando ostruzioni, gli acidi grassi  a catena media pur seguendo un percorso analogo, son già completamente scomposti quando lasciano lo stomaco e quando arrivano nel tratto intestinale vengono immediatamente assorbiti nella vena porta e inviati al fegato, dove vengono utilizzati come fonte di combustibile per produrre energia. 

Per questa ragione non ostruiscono le arterie, non producono placche arteriose né grasso corporeo: sono utilizzati per produrre energia!

L’olio di cocco migliora l’assimilazione delle altre sostanze nutritive, previene le carenze di vitamine del gruppo B (facilitandone l’assorbimento), migliora il metabolismo del calcio e la salute ossea. Anche il latte materno che è una buona fonte di acidi grassi a catena media, è più nutriente e offre maggior protezione antimicrobica dalle infezioni al neonato, se la madre consuma olio di cocco. Il latte materno aumenta in circa mezza giornata la percentuale di acido laurico e caprilico se si consumano 3 cucchiai di olio di cocco, potenziando la funzione protettiva del latte e migliorando la crescita e lo sviluppo del bambino, proteggendo dalle infezioni soprattutto nei primi mesi di vita, quando il sistema immunitario è in una delicata fase di sviluppo.

Data la caratteristica spiccata di fornire immediato nutrimento senza gravare sui sistemi enzimatici dell’organismo e poiché aumenta l’assorbimento delle sostanze nutritive contenute negli alimenti, è un alimento raccomandato nella terapia della malnutrizione.

Grazie all’utilizzo immediato da parte del fegato degli acidi grassi a catena corta, l’olio di cocco migliora il metabolismo, contribuisce a mantenerci vigili e ci offre una sferzata di energia pressochè immediata.

E’ un’azione sottile e durevole, non crea dipendenza o assuefazione (a differenza della caffeina).

Per gli sportivi può coadiuvare le prestazioni riducendo la stanchezza e l’affaticamento.

Nell’antica  visione medica cinese un fegato affaticato produce una serie di effetti corporei specifici, fra cui un rallentamento tiroideo. In realtà sappiamo che è proprio la tiroide a rallentare il metabolismo e quando il suo funzionamento si riduce, tutti i processi rallentano: digestione, guarigione e riparazione, risposta immunitaria, produzione di ormoni e degli enzimi, temperatura più bassa e così via. Tutto funziona più lentamente e iniziano a subentrare anche altri problemi di salute.

Se il malfunzionamento della tiroide non è legato ad altre patologie o a fattori genetici, l’olio di cocco può dare sollievo a diversi sintomi, sopratutto se si segue un’alimentazione adeguata a supportare il problema.

L’olio di cocco ha un effetto stimolante sulla tiroide, la rimette in moto a un livello di efficienza superiore, certo, come dicevo occorre riequilibrare la malnutrizione conclamata restrostante.

Lo stress sottostante a molte situazioni richiede un’impennata metabolica che non è sempre possibile  mettere in atto se non disponiamo di una quantità adeguata di vitamine e minerali, a causa di una malnutrizione subclinica; se questi non sono presenti il metabolismo cambia marcia e rallenta, dandoci la sensazione di vivere in un mondo al rallenty e ben ovattato.

Un’altra importante caratteristica dell’olio di cocco, insieme al fatto di non gravare su digestione e consumo di enzimi pancreatici, è che per il suo utilizzo non richiede nemmeno l’intervento dell’insulina, alleggerendo così il sistema anche in caso di patologie come il diabete o insufficienza pancreatica e non dimentichiamo l’importante impatto che gli eccessi insulinici hanno sui quadri endocrini con predominanza estrogenica.

L’azione antimicrobica aggiuntiva che esercita sul latte materno citato più sopra è valida anche per gli adulti, agisce su germi, parassiti e malattie infettive, aiutando a debellare batteri, funghi, virus e parassiti.

Negli ultimi quarant’anni la ricerca evidenzia che gli acidi grassi a catena corta dell’olio di cocco uccidono batteri che provocano infezioni del tratto urinario, polmonite, gonorrea, sono letali per lieviti e funghi che causano fastidiose malattie come piede d’atleta e candidosi.

L’acido laurico che è l’acido grasso più importante del cocco (ne costituisce il 50% dei grassi), nel corpo umano e animale si trasforma in monolaurico che è un monogliceride ad attività antivirale, antibatterica e antiprotozoica nel tratto digerente, utilizzato dall’organismo per distruggere i lipidi che rivestono i virus come HIV, herpes, citomegalovirus, e altri batteri patogeni come quello che causa l’ulcera (Helicobacter Pylori), i virus che provocano influenza, morbillo, mononucleosi ed epatite C, streptococchi emolitici.

La polpa e l’olio di cocco uccidono ed espellono parassiti come la tenia, i pidocchi e la giardia.

Si è dimostrato utile anche, grazie all’acido caprico, contro la clamidia e altri batteri a trasmissione sessuale.

Nessun rischio di assuefazione nell’utilizzo reiterato, non si sviluppa cioè resistenza come succede con gli antibiotici. Inoltre, a differenza di questi ultimi, l’olio di cocco lascia illeso il microbiota, ragion per cui anche le infezioni da candida di cui molti persone  sono afflitte in forma subclinica, non diventano infestanti.

Nelle malattie croniche intestinali (IBS, morbo di Chron e coliti ulcerose) l’olio di cocco offre giovamento agendo sulle cause a monte delle lesioni, spesso create da microorganismi che danno origine a infezioni croniche localizzate di basso grado e febbre.

A differenza di altri olii che perossidano in cottura, l’olio di cocco contiene grassi saturi molto stabili e altamente resistenti alla perossidazione, che ne impediscono l’irrancidimento con la loro azione antiossidante, limitando tutti i danni che ne derivano come l’alta produzione di radicali liberi altamente infiammatori.

In sintesi 40 anni di ricerche evidenziano i benefici succitati a patto di farne un uso sensato, in giusta combinazione e proporzione con gli altri acidi grassi, come sempre proponiamo con l’alimentazione Eubiotica.

Utilizzato a queste condizioni di equilibrio il rischio di aterogenicità è neutro. Anzi, la Chlamydia pneumoniae, è uno dei microorganismi sospettati di avere un ruolo importante nello sviluppo dell’aterosclerosi, attivando un processo infiammatorio che provocherebbe l’ossidazione delle lipoproteine con induzione di citochine e viene inattivata proprio dagli acidi laurico e monolaurico, così come caprico e monocaprico, presenti nel cocco.

La d.ssa Newport, medico USA, ne ha sperimentato l’efficacia sul marito affetto da Alzheimer, somministrando da 4 a 8 cucchiai al dì, sfruttandone l’effetto in combinazione con una dieta chetogenica, al fine di nutrire correttamente le cellule cerebrali in sofferenza che non riescono a utilizzare correttamente il glucosio nelle malattie neurodegenerative. Ha osservato benefici dimostrati dalla risonanza magnetica, con diversi effetti degni di nota su deambulazione e funzioni mnemoniche. Tuttavia non vi consiglierei mai il fai-da-te in situazioni così complesse come la malattia di Alzheimer, però è chiaro che si aprono nuovi scenari nella cura di malattie come AD, Parkinson e SLA.

L’azione dell’olio di cocco sul cancro è altrettanto interessante: interferisce nella replicazione cellulare, promuove un’azione antiossidante, protegge le cellule sane, inattiva molti fattori carcinogenetici come le aflatossine e altri contaminanti alimentari e cancerogeni.

La noce di cocco è considerata un alimento alcalinizzante e ha un potente effetto anticarie  se utilizzata nell’’oil pulling antica pratica che consigliamo anche nel metodo Kousmine e nel gruppo.

Infine, l’olio di cocco è parte della formula del Monoi di Tahiti, un olio profumatissimo che mantiene la pelle setosa e giovane. Ma anche utilizzato da solo o con le giuste essenze è in grado di proteggere dalle scottature solari non interferendo minimamente con la formazione della vitamina D, ha un effetto antiaging spiccato e nutriente,  ed è anche un ottimo veicolante per la preparazione di un oleolito miracoloso sulla circolazione linfatica con le essenze di arancio, cipresso e limone. Viene anche  utilizzato in malattie come la SLA, sugli arti colpiti, con risultati molto interessanti.

La condizione FONDAMENTALE affinchè possiamo ricavarne tutti questi benefici è l’utilizzo di olio di cocco o crema di cocco di origine certificata biologica, extravergine e spremuto a freddo. E’ davvero molto importante che non subisca alcun trattamento che ne alteri le preziose proprietà.  

Simbolicamente raffigura il nutrimento femminile e materno, sia per il latte, sia per la sua capacità di prendersi così ampia cura degli esseri viventi, ve ne consiglio caldamente un uso quotidiano!

 

 

 

Alimentazione e salute, Approfondimenti scientifici

SEMI DI LINO, SEMI DI VITA!

I semi di lino hanno una storia antica che risale all’antico Egitto.

Carlo Magno costringeva i suoi sudditi a consumarli per via dei loro effetti benefici sulla salute.

Magari fosse così anche oggi!!!

Ci ammaleremmo molto, molto meno.

I semi di lino sono la miglior fonte disponibile di composti antitumorali e fitoestrogenici chiamati lignanti, con una concentrazione che è oltre cento volte superiore a quella di altri alimenti  (cereali, frutta e verdura). I lignanti sono sostanze vegetali che hanno un potente effetto anti-tumorale.

Ci sono semi dorati e semi marroni, entrambi vanno bene.

I semi di lino sono la principale fonte vegetale di omega 3, insieme ai semi di chia. Due cucchiai di lino forniscono il 140% del bisogno giornaliero.

Sono ricchi di acido linolenico (ALA), che si trasforma in EPA e DHA, due omega tre fondamentali nella lotta contro il cancro e le malattie cardiovascolari. Essi infatti contribuiscono a ridurre l’aterosclerosi, aumentando il colesterolo HDL e abbassando il colesterolo LDL.

Una carenza di questi acidi dà come esito affaticamento, pelle secca, unghie e capelli fragili, costipazione, cattivo funzionamento del sistema immunitario, giunture dolenti, depressione, artrite e squilibri ormonali.

Perché la trasformazione avvenga dobbiamo assumere solo piccole quantità di omega 6 con la dieta, perché gli enzimi che producono omega 3 e 6 sono gli stessi e entrambi gli acidi se li contendono.Gli omega 6 in squilibrio generano infiammazione, mentre gli omega 3 sono antinfiammatori.   Moltissimi studi hanno dimostrato che i lignanti dei semi di lino hanno un ruolo importante nella prevenzione e nel trattamento dei tumori alla mammella, prostata (e anche del colon), per la loro capacità di modulare la produzione, la disponibilità e l’azione degli ormoni.

Inoltre i semi di lino macinati sono ottime fonti di fitormoni. I lignanti sono infatti potenti fitoestrogeni con effetti simili a quelli degli isoflavoni della soia. Sono anche buoni antiossidanti con proprietà antivirali e antibatteriche; prevengono i danni derivati dall’azione dei radicali liberi ai tessuti, danni a livello cellulare associati a invecchiamento e malattie.  

Sono un’ottima fonte di fibre solubili e insolubili (il contenuto di fibre di 45 g di semi di lino è di 11.7 grammi)  e riducono problemi di costipazione, se consumati con molto liquido. Formano inoltre una  mucillagine che può ridurre significativamente anche il rischio di diabete.

I semi di lino contengono  fitoestrogeni  in quantità superiori a quelli della soia –quindi evitano i disastrosi effetto degli eccessi di estrogeni sulla salute- e lignani, molto importanti per la prevenzioni dei tumori ormonodipendenti, poiché impediscono l’unione fra gli estrogeni e le cellule mammarie e testicolari. I lignani sono inoltre antiossidanti e antiangiogenici.

Chi soffre di cancro alla prostata e assume 30 grammi al dì di semi di lino, può frenare la crescita del tumore del 30-40% e ridurre la massa tumorale e i livelli di PSA.

Nelle donne in premenopausa i livelli di estrogeni sono particolarmente alti (soprattutto se utilizzano cosmetici contenenti  xeno estrogeni  (parabeni e altri interferenti endocrini) e cibi a contatto con plastiche che contengono il bisfenolo A, quindi aumenta il rischio di sviluppare il carcinoma mammario.

Il consumo regolare di semi di lino previene la comparsa del cancro al seno grazie all’effetto regolatore dei livelli ormonali sia in premenopausa che in post menopausa.

A livello sperimentale, l’assunzione quotidiana di 25 grammi di semi di lino, ha gli stessi effetti del trattamento con tamoxifene, senza i pesanti effetti collaterali (k dell’endometrio e trombo embolia).

L’introduzione del lino nella dieta previene il cancro al seno e la comparsa di metastasi nel caso di avvenuta diagnosi del tumore, così come favorisce la riduzione della massa tumorale.

Mentre gli integratori con isoflavoni di soia in dosi elevate possono favorire la crescita dei tumori alla mammella, i lignani, essendo fitoestrogeni, ne fermano la crescita.

Riducono  anche la gravità del tumore ovarico e aumentano sensibilmente la sopravvivenza delle donne malate. 

Le donne che consumano i semi di lino regolarmente hanno una mortalità minore del 42% per cancro alla mammella e uno straordinario abbassamento del 40% della mortalità per tutte le cause.

L’olio di lino contiene meno lignani e meno fibre, quindi è meno efficace, ma è consigliato per chi ha disturbi digestivi. L’olio è sconsigliato in generale, fatto salvo i casi citati, perchè irrancidisce velocemente e ossida con  luce e calore. 

Se al contrario si soffre di stitichezza i semi di lino hanno un effetto lassativo incredibile e un’azione molte veloce.

Consiglierei di non superare i 25 grammi al dì, circa due cucchiai, per evitare l’accumulo di cadmio.

Da aggiungere a insalate, creme di verdure, zuppe, frullati, latte vegetale.

Personalmente li gradisco tritati insieme a un po’ di sesamo nero sulle verdure.

La sola precauzione: MACINARLI.

Tassativamente al momento.

Gli omega 3 si degradano velocemente. 

I semi vanno mangiati crudi, caso mai aggiunti alle zuppe proprio alla fine, quando la pietanza è tiepida.

Ma se decidiamo di usarli da cotti, ad esempio mescolandoli agli impasti in pane o pizza, sappiate che anche dopo essere passati in forno, purchè li abbiate lasciati interi, ne escono “illesi” ed ancora carichi di Omega3 validi. Dovrete solo darvi da fare a masticarli, perchè altrimenti passeranno sani nel vostro intestino. Comunque, come sempre, vi sconsiglio caldamente tutti i cibi a base di farine.
Il test è stato effettuato cuocendoli all’interno di alcune focaccine ad una temperatura di 350°F (circa 177° centigradi) ed il contenuto di ALA non è stato ridotto.
I semi sono stati anche esposti ad un livello di calore di 660°F (circa 349°C) senza apparentemente danneggiare il loro contenuto di ALA.
In uno studio, il consumo di focaccine SDG-arricchite di semi di lino è stato trovato per migliorare la produzione di lignani nelle donne, riflettendo la loro stabilità e la biodisponibilità.
In un altro studio, le donne hanno mangiato semi di lino crudi quotidianamente per quattro settimane ed al termine avevano profili degli acidi grassi plasmatici simili a quelli che hanno mangiato semi di lino cotti nel pane.
Entrambi i gruppi di donne hanno mostrato una riduzione del colesterolo totale e colesterolo “cattivo” LDL.

(http://whfoods.org/genpage.php?tname=dailytip&dbid=18)

La limitazione dei semi è questa: dopo i 50 anni la capacità dell’organismo di trasformare l’ALA in EPA e DHA diminuisce, per cui un consumo esagerato di ALA, soprattutto sotto forma di integratori, può causare un eccesso di questo acido e un aumento del rischio di sviluppare tumori ormonali, secondo alcuni studi. 20 grammi al giorno sono comunque una quantità sicura.

Un altro salubre utilizzo dei semi di lino è il decotto, che si prepara così: portare a ebollizione un litro di acqua. Quando bolle aggiungere 40 grammi di semi di lino e far sobbollire  a fiamma dolce, per 4 minuti. Spegnere. Colare immediatamente e lavare colino e pentola, altrimenti appiccica tutto in modo irreversibile. 

Fare intiepidire e bere 2/3 tazze al dì. Si conserva in frigorifero per 24 ore.

Questo decotto aiuta l’intestino a ripulirsi, mantiene i villi vitali e puliti, elimina anche i vecchi fecalomi.

Può essere utilizzato nella sacca del clistere, avendo un grande potere emolliente, anche addizionato ad altri medicamenti come tisane di camomilla, calendula, bardana ecc.

Può esser preparato a freddo, mettendo i semi a mollo la sera prima e utilizzando la gelatina il giorno dopo. E’ efficace nel lenire la mucosa intestinale irritata. (RCU, Chron, diverticolite ecc.).

I semi di lino sono un alimento prezioso per la salute.

Sono dotati di un guscio naturale duro che li mantiene freschi per un massimo di un anno in un contenitore ermetico. Possono essere assunti al mattino in un frullato di frutta. I semi di lino sono una soluzione migliore dell’olio di semi di lino. I semi costano poco e soprattutto perdiamo parte delle proprietà nutrizionali con l’olio. Infatti i semi non sono solo la fonte più ricca di lignani, sono una buona fonte di ferro, zinco, rame, calcio, proteine, potassio, magnesio, acido folico, fibra solubile che può abbassare il nostro colesterolo e trigliceridi, e anche di boro un minerale traccia importante per la salute ottimale delle ossa.
I semi di lino sono incredibilmente potenti a smorzare gli effetti degli estrogeni. Mangiare un solo cucchiaio di semi di lino al giorno estende la durata del ciclo mestruale di una donna, non le mestruazioni in sé, ma l’intero ciclo lungo il mese, il che significa meno esposizione agli estrogeni e un minor rischio di cancro al seno.

E’ noto da molto tempo che le giovani donne che hanno infezioni della vescica presentano un aumento del rischio di cancro al seno. Le infezioni della vescica frequenti sono legate al tumore al seno? Lo si è ipotizzato, ma oggi si ipotizza piuttosto che i trattamenti antibiotici ripetuti per le infezioni della vescica spazzino via tutti i batteri buoni che prendono i lignani dalla nostra dieta e li trasformano in questi potenti composti anti-cancro .

I semi di lino sono stati recentemente confrontati con un trattamento farmacologico leader per l’ingrossamento della prostata.
Da questo studio è emerso che funzionano bene come il farmaco, ma il farmaco può causare mal di testa, vertigini, diarrea etc Anche i semi di lino hanno alcuni effetti collaterali però, migliorano la glicemia ed il colesterolo, la pressione sanguigna e aiutano a controllare le vampate di calore, che, tuttavia, non è di solito un problema in chi soffre di ingrossamento della prostata.

SEMI DI LINO E SOPRAVVIVENZA IN CASO DI CANCRO AL SENO: EVIDENZE EPIDEMIOLOGICHE:

La classe di fitonutrienti noti come lignani può essere pensata come l’equivalente occidentale dei fitoestrogeni isoflavoni presenti negli alimenti a base di soia delle diete tradizionali asiatiche, in quanto condividono molti presunti meccanismi antitumorali. Dal momento che il consumo di soia è associato sia alla prevenzione sia ad una maggiore sopravvivenza nel cancro al seno, ci si potrebbe aspettare di trovare lo stesso per lignani.
Tre studi hanno seguito migliaia di donne con diagnosi di cancro al seno. Il primo proviene New York, e mostra una sostanziale riduzione dei rischi di mortalità generale e mortalità per cancro al seno. Va però precisato che l’assunzione superiore di lignani potrebbe essere solo un indicatore di una dieta ricca di alimenti vegetali, pertanto specifiche combinazioni di cibi particolarmente ricchi di lignani possono essere necessari per produrre effetti di riduzione della mortalità. Un 2° studio proviene dall’ Italia: entro 5 anni dalla rimozione chirurgica del cancro al seno, le donne che avevano livelli più bassi di lignani circolanti avevano significativamente più probabilità di morire per recidiva rispetto a alle donne con più lignani nel loro sangue . I ricercatori hanno concluso che i lignani potrebbero svolgere un ruolo importante nella riduzione della mortalità per tutte le cause e della mortalità cancro-specifica delle pazienti operate per cancro al seno. Il 3° studio proviene dalla Germania, il più recente e più grande studio fino ad oggi, le pazienti in post-menopausa con il cancro al seno che hanno livelli sierici di enterolattone alto possono avere una migliore sopravvivenza. La curva di sopravvivenza nel grafico è significativa più alto è il livello migliore è la sopravvivenza. Le donne che hanno avuto più lignani nel loro sangue hanno vissuto più a lungo e tendenzialmente con un maggiore periodo libero da malattia.

SEMI DI LINO E SOPRAVVIVENZA IN CASO DI CANCRO AL SENO: EVIDENZA CLINICA

I dati sulla popolazione sembravano così promettenti che i ricercatori hanno deciso di mettere alla prova i lignani alimentando le donne con semi di lino, la fonte più concentrata di lignani, per vedere cosa sarebbe successo.

Uno dei modi in cui il farmaco Tamoxifene funziona è aumentando i livelli di inibitori dell’ angiogenesi come l’ endostatina, che è una proteina che il corpo produce per cercare di inibire l’ apporto di sangue al tumore.

Usando una tecnica chiamata microdialisi, si può attaccare un catetere nel seno di una donna e se si dà alle donne tamoxifene per 6 settimane, i livelli di endostatina all’interno del seno tendono a salire, e la stessa cosa accade quando si aggiunge invece 3 cucchiai e mezzo di semi di lino alla loro dieta quotidiana. Il lino non sembrava potente come la chemio, ma un ulteriore studio era sicuramente giustificata: un doppio cieco, randomizzato, controllato con placebo.

Le donne assegnate al gruppo con i semi di lino hanno visto, in media, calare la proliferazione delle cellule tumorali,un aumento della morte delle cellule tumorali, e scendere il loro punteggio  c-erbB2 che è un marker di aggressività del cancro e del potenziale di formazione di metastasi e diffusione.

I ricercatori hanno concluso che i semi di lino hanno il potenziale di ridurre la crescita tumorale nei pazienti con cancro al seno e questo solo in cinque settimane. Se l’indice terapeutico visto in questo studio a breve termine può essere sostenuto in un periodo a lungo termine, i semi di lino, pussono essere una potenziale alternativa alimentare o essere usati in aggiunta ai farmaci contro il cancro al seno.

Dulcis in fundo: di lino eran fatte le vesti sacerdotali di uomini e donne, un pezzo intero, da unica filatura: prezioso e segno della regalità divina che è insita in noi.

Lasciamo che, simbolicamente, la nostra regalità attiri a noi tutto ciò che ci serve per stare in salute.

 

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SOSTENERE I SURRENI IN OGNI STAGIONE PER UN BENESSERE TOTALE
Approfondimenti scientifici

SOSTENERE I SURRENI IN OGNI STAGIONE PER UN BENESSERE TOTALE

La stanchezza surrenalica  mi affligge personalmente a causa di una malattia genetica, per questo mi affanno tanto a studiarla e ad oggi, stiamo elaborando come team eubiotico, un progetto per poter proporre anche a voi soluzioni di problemi specifici, come questo ed altri ignorati.

Chi soffre di stanchezza surrenale si alza stanco, per non dire spossato, non può mettersi in movimento se non beve un paio di caffè, privo di energia e di motivazione e facilmente perde la concentrazione e l’energia sessuale.

Di notte, anche se si è esausti, non si riesce a prendere sonno perché i pensieri che ci hanno infatistidito di giorno, ci tengono svegli.

Il malfunzionamento dei surreni è anche associato a pensieri confusi, ipoglicemia, infezioni ricorrenti, calo di memoria, mal di testa e desiderio di dolci.

All’origine c’è una reazione eccessivamente prolungata allo stress, che può essere di varia natura, oppure, come nel mio caso, un deficit enzimatico.

Molte forme di ipotiroidismo celano una stanchezza surrenale che, se non curata, non consente in alcun modo la ripresa di una tiroide malata.

Viceversa, molte forme di stress surrenalico vengono scambiate per ipotiroidismo o esaurimento nervoso, per cui si prescrivono psicofarmaci inutili, visto che la causa non è la psiche, che sembrano calmare i sintomi, ma senza risoluzione, anzi peggiorando nel tempo le cose, come tutto ciò che sicotizza, cioè il correre sempre ovunque, il doping efficientista che ci coprirà la vera ragione dei nostri problemi e che induce nell’organismo la tendenza a presentare malattie a decorso prolungato-cronico e scarsamente rispondenti alle terapie praticate.

Lo stress ci fa produrre adrenalina (e noradrenalina), che determina i cambiamenti fisiologici necessari a sostenere a reazione di lotta o fuga. L’adrenalina è un potentissimo ormone che potrebbe danneggiare le nostre cellule, per mitigarne il rischio il corpo secerne cortisolo ad oltranza, fino ad arrivare, in taluni casi, a un vero e proprio esaurimento surrenalico. Ma nel frattempo, la maggior parte delle persone produce una dose così esagerata di cortisolo e adrenalina da creare un’infinità di problematiche di salute: malattie cardiovascolari, osteoporosi, problemi intestinali, obesità, cancro, ansia e depressione.

Nel breve periodo il cortisolo contribuisce a rilasciare maggior energia, ecco perché certe persone, nei periodi di forte stress, sembrano dare il meglio di sé.

Sappiamo tutti che poi …. CROLLANO!

E meno male, altrimenti non avremmo modo di ricaricarci.

Il problema serio è che senza i nutrienti specifici e necessari, non ci ricarichiamo affatto.

Se cerchiamo cibi zuccherati o caffè, abbiamo solo un apparente ricarica che poi scompensa ulteriormente il sistema ormonale, fino a varcare la soglia dell’irreversibile ed è una soglia davvero molto vicina per molti di noi.

Oltre il 40% degli adulti avverte gli effetti collaterali dello stress, fattore a cui sono in vari modi collegati fra l’80 il 90% delle visite mediche.

Lo stress è il più potente immunosoppressore del nuovo millennio e innalza il rischio di tutte le malattie soprattutto nelle fasce di popolazione più deboli, oppresse da fattori emozionali importanti.

Non abbiamo bisogno di riscontri ematochimici specifici, grazie a sintomi ben precisi è possibile sapere se le nostre ghiandole surrenali sono esaurite anche se tutti gli esami medici sono normali.

Stiamo improntando un piano per un rapido recupero surrenale che comprenda un’alimentazione adeguata, integrazione ad hoc e interventi sulla psiche che sono davvero la principale forma di soluzione per questo problema. 

E’ molto importante consultare un medico o un naturopata che sappia come trattare in modo naturale, ma completo e competente lo stress surrenalico.

Altre cause di stanchezza surrenalica possono essere alimentazione apparentemente sana, ma fortemente squilibrata perché carente di B12 e DHA. Le diete a base vegetale, a volte anche ben bilanciate, possono essere a rischio di stanchezza surrenale in persone già carenti di certi nutrienti, perché anche se ne assumessero a sufficienza (col DHA la vedo durissima però), potrebbero avere carenze pregresse difficili da sanare.

Così una dieta carente di vitamine del gruppo B, può dare una grande stanchezza e queste vitamine sono fondamentali per molti metabolismi. Assumerle da integratori non solo non è la stessa cosa, ma ci sono fior di integratori che se buttaste nella fognatura comunale rovinerebbero pure le tubazioni.

Un altro problema ignorato anche per chi seguisse una dieta sana e ben equilibrata è il malassorbimento dei nutrienti.

Sapete che se non masticate bene, non assorbite bene?

Per cui è importantissimo avere una dentizione sana, curata e molto efficace. E possibilmente NOSTRA. I nostri denti svolgono funzioni molto differenti da denti impiantati, anche a livello psico emozionale. La d.ssa Maria Antonietta Cambrea ci spiega che un boccone dovrebbe subire circa 30 atti masticatori alternati, cioè il cibo introdotto in bocca deve essere triturato e passato da una parte all’altra della bocca per fare lavorare entrambi i lati del nostro corpo; che i denti naturali rispetto ai denti artificiali, proprio perché contengono dei “sensori” di pressione, trasmettono impulsi ai due emisferi cerebrali rendendoli attivi: masticare da entrambi i lati in maniera bilanciata permette infatti, un’attività antinvecchiamento cerebrale, se invece masticheremo da un solo lato perché dall’altro ci mancano dei denti o ci fanno male, un emisfero verrà trascurato, inoltre la perdita dell’altezza dei denti, detta “Dimensione Verticale”, è strettamente connessa a fenomeni di perdita di memoria, morbo di Parkinson ed Alzheimer, nonché a ripercussioni di tutte le fasce muscolari discendenti e quindi postura!

Se gli enzimi digestivi sono carenti, non abbiamo una buona assunzione di nutrienti e se l’assorbimento è limitato non abbiamo i cofattori per produrre energia nelle cellule.

Infine, potremmo mangiar bene, assorbire bene e aver bisogno lo stesso di integrazione adeguata!

Ci sono anche molte condizioni fisiche ignorate (positività a certi virus, ad esempio, ma non solo) e assunzione di farmaci molto comuni che contribuiscono a dare molta stanchezza, per molto tempo.

E’ infatti un’esposizione costante a sostanze tossiche e con le 50.000 introdotte nel nostro ambiente dagli anni ’50 del secolo scorso ad oggi, fanno en plein di deterioramento del nostro sistema nervoso e ormonale.

Nella mia esperienza questi fattori sono importanti, concorrono insieme al problema, ma restano a fare la parte del leone le preoccupazioni, le arrabbiature, la collera repressa, i sensi di colpa, le ansie per il futuro e le paure per ciò che ci circonda.

Anche esercizio fisico in eccesso, i super lavori di tutti i tipi, gli interventi chirurgici e i traumi e le ferite da essi derivanti, le allergie croniche o gravi, il dolore e le malattie croniche, le situazioni climatiche estreme, la tendenza a dormire poco, i fattori di stress inevitabili come separazioni e lutti, perdita del lavoro o fare un lavoro che non ci piace contribuiscono in modo molto importante all’instaurarsi di questa situazione.

Per queste ragioni credo fermamente che l’approccio generale all’esistenza rimanga la modalità più duratura per sostenere i surreni, soprattutto per noi donne, che in menopausa tendiamo a ignorare questo ed altri problemi, considerandoli normali o viceversa, a correre da uno specialista all’altro per trovare confusione.

Questo sgallettare non ci aiuterà affatto.

Alla fine il corpo produrrà svariati sintomi per attirare l’attenzione sul problema vero; come un cavallo a cui chiediamo di correre senza dargli acqua e cibo, a un certo punto si fermerà e si rifiuterà di compiere anche un solo altro passo, sebbene frustato!

Gli studi dimostrano che imparando a “pensare” col cuore è possibile potenziare la naturale produzione di ormoni.  Stiamo improntando, con la nostra équipe, un programma di gestione dello stress basato su tecniche e lavori dell’Institute of HeartMath in California, per gestire lo stress, le paure, la colpa, l’ansia e la collera.

In generale, spingersi al di là dei propri limiti, in ogni aspetto della vita, indebolisce ancor  di più le surrenali, come sempre sosteniamo, il prenderci gran cura di noi significa anche imparare come farlo e noi siamo qui apposta.

Quando il cortisolo è carente, compaiono i sintomi classici dello stress è utile ricorrere alle piante adattogene.

E’ stato provato in numerosi esperimenti che il valore soglia dello stress non è fisso, ma può essere alzato se si aumenta l’efficacia della reazione di adattamento, attraverso specifici esercizi che ci allenano a uno stimolo negativo.

Le piante adattogene possono sostituire questi lunghi esercizi atti a neutralizzare lo stress.

La loro assunzione ritarda lo stadio di esaurimento, per cui possono essere usate sia nella stanchezza acuta che cronica, anche da iposurrenalismo.

ELEUTEROCOCCO

Incrementa le energie fisiche psicologiche che permettono all’organismo di gestire lo stress, riducendo l’ansia, l’indebolimento immunitario e gli scompensi metabolici (sbalzi glicemici), fattore da non trascurare affatto, soprattutto oggi che è così facile eccedere con carboidrati e proteine! (Tutto ciò si trasforma in zucchero, sì).

L’eleuterococco agisce sull’asse ipotalamo-ipofisi-surreni, riducendo la fatica.

Un ottimo prodotto è LABOR VILLA STODDARD nr 45, ma ce ne sono tanti altri, alcuni di ottima qualità sul mercato.

 LA WITHANIA

Aumenta  l’apprendimento e la capacità mnemonica, oltre che avere una potente azione antiossidante. Contiene sostanze steroidee con attività simili al cortisolo. Auementa l’attività dei recettori per l’acetilcolina, un neurotrasmettitore carente nelle sindromi demenziali e ottimizza la memoria, in tutti.

Molto indicata in caso di insonnia, ansia, fobie, crampi e algie muscolari. Contrasta inoltre l’impotenza  e l’eiaculazione precoce.

LA LIQUIRIZIA

Nelle carenze lievi di cortisolo, è ottima e anche nei periodi di forte stress.

La glicirrizina rallenta l’attività degli enzimi che degradano il cortisolo, lasciandolo più a lungo in circolo consentendogli di sedare le infiammazioni.

Nelle affezioni del tratto digerente è lenitiva, dallo stomaco all’intestino spastico. Aumenta la secrezione della bile e diminuisce il colesterolo.

Usatela tranquillamente a cicli, per brevi periodi, quando avete necessità di un sostegno, anche in tisana. Servono ben 50 grammi di liquirizia al giorno, per almeno 2/4 settimane, per avere un effetto ipertensivo. Assumendo i normali preparati che contengono dai 300 ai 500 mg di estratto, non si corre alcun rischio!

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